Un Silvio Pellico stanco e depresso, uscito dalla prigione Spielberg, viene festeggiato dalla marchesa Caron. L'abate Giordano, suo amico, gli consiglia di riprendere a scrivere, ma Pellico d'ora in avanti potrà solo scrivere della sua esperienza di carcerato. Arrestato in casa del conte Porro Lambertenghi, Pellico è sottoposto ad estenuanti interrogatori sulla sua appartenenza alla Carboneria e la sua amicizia con Pietro Maroncelli. Ad incastrarlo è proprio un biglietto di quest'ultimo.   
Zanze, giovane figlia del secondino, conforta con la sua amicizia i duri giorni di carcere di Silvio Pellico. Pietro Maroncelli, con testimonianze contraddittorie, aggrava la posizione sua e dell'amico. Pellico, rassegnato a rimanere in prigione, trova rifugio nella Provvidenza e, in un ultimo interrogatorio, confessa di aver aderito alla Carboneria. La sua pena, inizialmente di morte, viene commutata in 15 anni di carcere duro.
Nel carcere Spielberg, Pellico sopravvive unicamente grazie al supporto del carceriere Schiller, di grande nobiltà d'animo, e ai colloqui col vicino di cella, il conte Oroboni, gravemente malato. Dopo quattro anni e la morte di Oroboni, Pellico vive senza sapere niente dei suoi e, se non fosse per la fede, cederebbe al suicidio. Finalmente viene trasferito nella sua cella l'amico Pietro Maroncelli, cui ben presto amputeranno una gamba a causa di una ferita infetta.
Silvio Pellico lascia lo Spielberg dopo otto anni e fa ritorno in Piemonte dove, spinto dall'abate Giordano, scrive il suo libro di memorie, che conquista affermandosi in tutta Italia e all'estero. Metternich disse che il libro, poiché scritto con rigore, senza esasperazioni e risentimenti, ebbe il potere di nuocere all'Austria più di una battaglia perduta.
